Dalla parte delle donne

La violenza domestica aumenta durante la pandemia 

«Gli uomini e i ragazzi che usano violenza su una donna non sono uomini» e coloro che chiudono gli occhi di fronte agli abusi sulle donne vanno considerati «complici».

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Osservatore Romano 24 giugno 2020

La fine del culto dell’io

Conversazione con 
Massimo Recalcati

di Marco Grieco
del 30 aprile 2020

Con oltre 26 mila vittime italiane risultate positive al covid-19, tutti noi, più o meno indirettamente, ci siamo confrontati con la morte.
Le immagini delle salme nei cimiteri deserti, le testimonianze del congedo di tanti anziani schermati da un display digitale, ci rivelano una verità semplice: che la morte è unita alla vita, e non esiste vaccino o pseudo-verità che possano separarla. Viene in mente la pagina del diario di Etty Hillesum in cui la scrittrice olandese, commentando la ferocia della Shoah, scriveva: «Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima» (Etty Hillesum, Diario, 3 luglio 1942). Alla luce degli eventi traumatici che stiamo vivendo, lo psicoanalista e accademico Massimo Recalcati riflette su una nuova presa di consapevolezza. Se è vero che il coronavirus ha trovato un uomo impreparato ad affrontare le sfide, questa potrebbe rivelarsi come l’occasione feconda per ripensare al punto nodale della vocazione umana: la fratellanza, l’unico strumento di difesa della vita contro la morte.
 
Professore, qual è la lezione principale che ci sta dando il virus?
 
È una lezione traumatica e dolorosissima. Ma sarebbe ancora più drammatico e doloroso se non riuscissimo a tenere conto di questa lezione, ricominciando a vivere come prima, come se nulla fosse accaduto. Questa lezione riguarda per me due grandi temi. Il primo è quello della libertà. Il covid-19 insegna che quella concezione della libertà che abbiamo coltivato in Occidente negli ultimi decenni, la libertà come proprietà individuale, come arbitrio della volontà, è una concezione vuota e monca. Nessuno può salvarsi da solo, perché la forma eticamente più alta della libertà è la solidarietà. Nel testo biblico c’è un passaggio intenso in Qoèlet dove si dice che se uno cade c’è bisogno di un altro per rialzarsi, se uno cade ed è solo, non può rialzarsi. È la prima lezione tremenda del virus. La seconda riguarda la violenza ecocida dell’uomo. Papa Francesco ci aveva ammoniti nella sua Laudato si’: noi non siamo padroni della natura. L’umanismo non può essere confuso con la furia antropocentrica del dominio dell’uomo sulla natura. Quello che sta accadendo ha come presupposto il superamento di un limite. Abbiamo violentato il nostro pianeta. La violenza dell’epidemia è una violenza di ritorno della nostra stessa violenza.
 
In passato abbiamo sperimentato forme di iperconnessione a vari livelli. In che modo ci viene offerta l’occasione di ripensare alle nostre relazioni?
 
Nessuno, appunto, può rialzarsi da solo. La presenza dell’altro non si aggiunge alla mia vita in un secondo tempo, come un’appendice, una aggiunta esteriore appunto. Essere umani significa essere vincolati all’altro sin dal tempo della nostra nascita. Lo diceva bene Telemaco, il figlio di Ulisse, nelle prime pagine dell’Odissea: nessuno può vedere da sé la propria nascita. Il principio fondamentale della libertà è la fratellanza. Ma non una fratellanza di sangue, col più vicino, col familiare, ma la fratellanza con lo sconosciuto. È quello che il virus ha mostrato: lo sconosciuto che incontro camminando per strada è essenziale per la mia stessa vita; i suoi atti sono essenziali ai miei; la mia vita è essenziale per la sua. La difesa della vita dalla morte non può essere l’azione di uno solo, ma può essere solo collettiva, comune, fraterna.
 
La quarantena ci ha obbligati a riprendere contatto con noi stessi. Come cambierà il rapporto con il nostro io?
 
Non sempre questo è vero. Non basta essere isolati per essere in contatto con se stessi. In ogni caso la quarantena ci ha obbligati a una prova. Cosa è davvero essenziale per la nostra vita e cosa è inessenziale? Mi auguro che possa cambiare qualcosa nel nostro modo di concepire l’io. Dovremmo abbandonare l’io-dolatria del nostro tempo. L’iocrazia, come direbbe Lacan, non genera mai nulla di buono. È una follia narcisistica. Spero che qualcuno in questa quarantena abbia davvero potuto vedere cosa ci può essere al di là del proprio io. In fondo la privazione stessa della libertà può essere vista come l’affermazione più alta della libertà, come donazione. Il richiamo ai diritti dell’io, alla sua privacy, eccetera, in un tempo emergenziale come questo insiste nel ribadire una concezione solo proprietaria, neoliberale, neolibertina, della libertà. Non si riesce a vedere nella privazione, non tanto un’espiazione sacrificale, ma una donazione senza la quale il male dilagherebbe, i nostri medici e tutto il personale sanitario sarebbero travolti dalla malattia, le nostre comunità sconvolte.
 
In che modo la pandemia ribalta la nostra semantica del confine?
 
Gli uomini hanno sempre tracciato confini. Hanno bisogno del sentimento di appartenenza. Negli ultimi tempi però il confine si era trasformato in muraglia, steccato, bastione, porto chiuso. La minaccia era incarnata dal migrante, dallo straniero. E la tentazione del muro rispondeva a questa minaccia assicurando protezione. Ora il virus ha sbaragliato questo modo di concepire il nostro rapporto con lo straniero. Il virus è uno straniero che è in mezzo a noi, si infiltra nell’amico, nel familiare, nel nostro stesso corpo. La semantica del confine deve essere allora ridisegnata. La tentazione del muro non è più sufficiente. Deve essere superata. Noi siamo obbligati a convivere con lo straniero. Altra tremendissima lezione.
 
Quali responsabilità dovremmo assumerci nella costruzione del mondo post-pandemia?
 
Non possiamo continuare a vivere come abbiamo vissuto. In rapporto alla natura innanzitutto. Ma anche nelle nostre comunità. Dovevamo fermarci per disintossicarci. Certo, sarebbe stato meglio non così, non per questo virus, non a causa di tutto questo male, di tutto questo dolore. Il post pandemia non sarà però il post-trauma. Ci sarà un traumatismo anche della ripartenza perché non ritroveremo più il mondo come l’abbiamo conosciuto. Dovremmo ricostruire un mondo. Siamo un po’ nella posizione in cui si trovò Noè dopo la devastazione del diluvio. Il mio augurio è che prevalga lo spirito del piantare la vigna piuttosto che quello della lotta senza tregua tra gli uomini.
 
Quale futuro lei immagina, dunque?
 
Appunto: le conseguenze socialmente drammatiche di questa pandemia esporranno i soggetti più fragili e vulnerabili a una condizione disperata di bisogno. Penso che le istituzioni debbano non lasciare nessuno nell’abbandono. Potremmo diventare anche peggio di quello che eravamo: rabbia, disperazione, violenza, fobia sociale. Ma è possibile che la potenza negativa di questo trauma stimoli invece una risposta positiva altrettanto potente. Bisogna liberare le nostre energie migliori per immaginare il mondo in modo nuovo. La de-burocratizzazione non è più solo una esigenza tecnica ma dovrebbe diventare una postura mentale inedita. Mettere in moto la forza generativa del desiderio, piantare una moltitudine di vigne.

Non è più il tempo del silenzio…

Un accorato appello della Presidenza CISM – USMI al Governo per un gesto di coraggio e di giustizia sociale nei confronti della scuola pubblica paritaria

Le Conferenze dei Religiosi e delle Religiose in Italia (CISM ed USMI) sono grate alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per l’appello lanciato sulla situazione limite delle scuole pubbliche paritarie, tramite il sottosegretario don Ivan Maffeis, che ha dichiarato: “Allo Stato non si chiedono privilegi né elemosina, ma di riconoscere il servizio pubblico che queste realtà assicurano. Intervenire oggi – con un fondo straordinario destinato alle realtà paritarie o con forme di sostegno, quali la detraibilità delle rette, alle famiglie – è l’ultima campanella. Se questa suonasse senza esito, diverrà un puro esercizio accademico fermarsi a discutere circa il patrimonio assicurato al Paese da un sistema scolastico integrato”.

Come Superiori Maggiori, siamo consapevoli che, senza un intervento serio dello Stato, il 30% delle scuole pubbliche paritarie sarà destinato a chiudere entro settembre p.v., se non si dichiarerà bancarotta già entro maggio p.v., almeno per alcune. I segnali che arrivano dai Gestori, dai Direttori/Direttrici didattici e dagli Economi sono drammatici: si continua ad erogare un servizio pubblico e non ci sono più soldi per pagare i dipendenti; si pagano tutte le utenze ma non arrivano rette sufficienti per far fronte alle spese di gestione. Siamo oltre il limite, non ci sono le condizioni per arrivare fino a giugno 2020, se non indebitandoci ulteriormente.

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Per l’Europa non ci saranno più esami di riparazione

Conversazione con il filosofo Massimo Cacciari

14 aprile 2020
 

Bene ha fatto il Papa a concentrarsi nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua sulla situazione dell’Europa, a incitare l’Unione europea a ritrovare il sano spirito delle origini, ma il problema sembra proprio essere la sordità delle istituzioni politiche. Così esprime le sue preoccupazioni Massimo Cacciari, una voce che non poteva mancare nel nostro Laboratorio sul “Dopo la pandemia”.

Si parla spesso del mondo che verrà fuori dall’emergenza sanitaria, perché sarà diverso, ma innanzitutto, quale lezione secondo lei possiamo apprendere da questa crisi?

Sono diverse le lezioni che potremmo imparare da questa esperienza a livello internazionale, a livello nazionale e a livello locale. Prima di tutto questa pandemia insegna che ci sono delle cause all’origine di queste gravissime situazioni di altissimo rischio, cause che sono state denunciate da anni e alle quali nessuno ha mai messo mano. Penso a tutta la filiera agroalimentare o alla situazione ambientale, ovviamente si tratta di cause concatenate che insieme determinano l’altissimo tasso di rischio di pandemia. Non dimentichiamoci della sars, dell’ebola e di altri casi analoghi precedenti, e di tanti altri segnali che negli ultimi decenni avremmo dovuto raccogliere. Ora siamo in piena emergenza sanitaria ed è chiaro che dovremmo andare in una direzione che renda possibile la creazione di intese tra i diversi paesi colpiti, con strategie condivise. Non dico di creare “la repubblica mondiale” o “il governo planetario”, ma dico che tra i diversi stati su questioni come quelle finanziarie, dell’immigrazione o sulle grandi questioni di politica estera si dovrebbero rafforzare le intese a livello diplomatico e soprattutto politico. Se questo non dovesse verificarsi allora saremmo come oggi, a vivere tutto come “emergenza”, quando invece non si tratta di emergenze ma di elementi fisiologici, figli del processo di globalizzazione. Il movimento dei popoli, le crisi finanziarie, i disastri ambientali, le pandemie sono tutti fenomeni fisiologici per i quali si deve essere pronti. Estote parati, siate pronti come dice il Vangelo, questo vale per ogni uomo ma anche per i diversi paesi che invece sono stati tutti colti di sorpresa.

Questo vale soprattutto per l’Italia, giusto?

Direi soprattutto per l’Italia. Non si può continuare con una gestione solo emergenziale per cui tutto va in tilt a partire dalle strutture sanitarie e ospedaliere. Non si può addossare la colpa a un destino cinico e baro per il fatto che, ad esempio, noi abbiamo tre volte in meno i posti di rianimazione che in Germania o in Francia, questo non è colpa del fato ma di scelte politiche; né è colpa del destino se la struttura regionalistica ogni volta che c’è una crisi va in tilt (per un terremoto, per le epidemie, per le frane...) per cui scoppia sempre un conflitto insanabile tra poteri centrali e regioni, eppure tutti sanno benissimo che il nostro paese è ad altissimo rischio sismico o di inondazioni. Forse allora si dovrebbe mettere mano, per tempo, a un riassetto istituzionale per coordinare poteri centrali e amministrazioni locali. Ma la sensazione è che si continui ad andare a colpi di interventi emergenziali, con nulla di preparato, di organizzato, di programmato. Altro esempio: è noto che in Italia ci siano nove milioni di poveri di cui tre milioni in condizioni di povertà assoluta. Allora interveniamo per garantire un reddito di sopravvivenza ma ad oggi ancora non è stato erogato; il punto è dunque che esistono ancora tutte quelle strettoie amministrative, lacci e lacciuoli burocratici. Quando vogliamo capire che una riforma della burocrazia non è più procrastinabile? Eppure non se ne sente parlare...

L’Europa uscirà senz’altro diversa da questa crisi. Il Papa nel suo messaggio Urbi et Orbi ha dedicato molto spazio all’Europa e ha fatto riferimento allo spirito della fine della guerra, a quel mettere da parte le rivalità per ricostruire insieme con spirito solidale l’Europa. Oggi più che mai.

L’Europa da un certo punto di vista è ancora un’astrazione. O i governi europei trovano di fronte a questa emergenza che li coinvolge tutti una linea comune, una strategia efficace che dimostri di aver imparato la lezione, o la situazione potrebbe solo precipitare. La lezione che scaturisce non solo dalla pandemia ma prima ancora dalla vicenda della Grecia, dalla questione dell’immigrazione, dal fallimento di una politica estera condivisa. Ci sarebbero quindi le speranze di potersi riprendere dalla crisi e di poter procedere nella via dell’Unione europea, consapevoli però che non ci sono più esami di riparazione. Se si fallisce ora, la deriva dei nazionalismi diventerà una valanga inarrestabile. È necessario che i leader europeisti (o sedicenti tali) sappiano che l’Europa è al bivio decisivo: o riparte bene con un grande piano Marshall europeo, gli eurobond e via discorrendo o si fallisce.

Un anno fa lei ha rilasciato un’intervista all’Osservatore Romano e disse che l’Italia e l’Europa erano vecchie, decrepite, ed entrambe avevano bisogno di un “fertilizzante”, e da non credente, indicava nella presenza della Chiesa e della spiritualità cristiana quel fertilizzante; oggi l’Europa sembra, anche fisicamente, in agonia, quale può essere allora la responsabilità dei cristiani?

Senza la cristianità non può esserci nemmeno l’idea di Europa. Ovviamente nella consapevolezza che l’essere cristiano si può definire in vari modi e anche in modi tra di loro confliggenti, ma senza questo riferimento non si va da nessuna parte, tantomeno ora in cui i valori sono necessari e urgenti, uso questa espressione quasi in senso materiale, cioè quello che deve essere messo in campo per uscire da questa situazione. Ebbene, di quali valori stiamo parlando se non quelli della solidarietà, dell’amore del prossimo? È ora di farla finita con la filopsichia, l’amore della propria anima, devono entrare in campo questi valori con tutta la loro concretezza altrimenti non usciamo da questa situazione, ogni paese crollerà con il culto del proprio ombelico fino a sprofondare. E allora diventa importante la presenza della Chiesa, con le sue immagini, i suoi gesti così fortemente simbolici. Pensiamo in concreto al gesto del Papa che in questi giorni va in Piazza San Pietro, vuota, per pregare, benedire, gesti potenti che hanno un enorme valore, gesti di estrema drammaticità che sottolineano quello che dicevo prima: siamo di fronte a un bivio e questo vale anche per la Chiesa. Siamo tutti di fronte a quella piazza vuota, una piazza che non si può riempire come prima, non si può pensare più di riempirla come si faceva prima, con i turisti, con chi si va a fare la passeggiatina, no, sarebbe una tragica illusione. Per la Chiesa come per l’Europa o nascono dei “cives” europei veri, cittadini di questa benedetta terra, impegnati, responsabili oppure l’Europa, e quella piazza, resteranno vuote.

Il predicatore della Casa Pontificia padre Cantalamessa nella predica del Venerdì santo ha detto che non si può tornare a vivere come Lazzaro, che torna dalla morte alla stessa vita di prima, e poi morirà di nuovo, ma si deve risorgere come Gesù, per la vita piena, eterna.

Esattamente: non si può riempire la piazza come prima con l’illusione di ripristinare lo status quo ante. Dalla crisi si esce con una nuova volontà comune europea, che magari riprenda un’idea d’Europa che non si è mai concretizzata, si deve ripartire con quello spirito di riforma interna e di maggiore collaborazione e cooperazione internazionale.

Qualche giorno fa gli italiani hanno applaudito gli albanesi che vengono in soccorso e si sono indignati contro i paesi nordici che non lo fanno, ma il punto forse è che non si può chiedere l’aiuto degli altri per rimanere identici a quello che eravamo, perché prima la situazione non era virtuosa. Possiamo chiedere aiuto ma per cambiare, non per rimanere uguali.

Sono perfettamente d’accordo; una delle cose più odiose è questo piagnisteo nei confronti dell’Europa che ha responsabilità immense (e possiamo parlarne anche peggio dei più severi critici dell’Europa), ma tu devi dire finalmente cosa vuoi fare tu. Anche perché non è l’Europa che ti ha costretto ad aumentare costantemente il debito in questi ultimi 25 anni, non è l’Europa che ti ha costretto a non fare le riforme istituzionali. Quindi tu devi dire cosa vuoi fare e non fare il bambino che dice “chiedo alla mamma, al papà” e poi ti lamenti se il papà e la mamma non ti danno i quattrini. Ci sono tanti problemi, e bisogna quindi uscire da questa crisi con delle politiche di convergenza europea sul piano fiscale e sul piano sociale. Pensiamo al problema dell’immigrazione che va assolutamente affrontato anche se ora al momento tace ma potrebbe esplodere in ogni momento. Facciamo quindi un discorso serio sulle colpe dell’Europa ma prima di tutto facciamo un discorso serio a casa nostra. Ma non sento molti che intraprendono questo discorso, che si chiedono su come noi italiani intendiamo affrontare il dopo emergenza sanitaria quando si tratterà di fare i conti.

Su queste pagine l’economista Stefano Zamagni ha detto che si deve affrontare con spirito critico il neoliberismo, l’assetto economico dominante di cui la crisi ha svelato tutte le contraddizioni.

Da una parte è chiaro, soprattutto in momenti di crisi, che politiche neoliberiste non consentono politiche di welfare, politiche sociali. Allarghiamo però l’orizzonte e usciamo dall’Europa e dagli Usa e pensiamo a ciò che sta emergendo in vista del dopo crisi, ai nuovi equilibri internazionali. Il modello neoliberista è in crisi, da tempo, pensiamo alla crisi finanziaria di una dozzina di anni fa, ma verso quale modello si sta procedendo? Quale modello si sta predisponendo per il dopo? Non mi sembra che sia un ritorno a un modello socialdemocratico. Mi sembra piuttosto un modello che emerge nei grandi spazi imperiali in cui abbiamo un’assoluta simbiosi tra politica e capitalismo, penso ad alcune aree geografiche in particolare. Non si tratta certo del liberismo degli anni ’80, il liberismo dei Reagan o della Thatcher che era basato sul capitalismo liberato dai lacci e lacciuoli statali, ora invece tutti i capitalisti del mondo si stanno accorgendo che hanno bisogno di protezione e di governo, come ha dimostrato la grande crisi finanziaria. Emerge quindi in queste aree un modello basato sul connubio strettissimo tra mercato e classe dirigente che porta a un modello industriale monopolistico dove capitale e politica sono connessi e non puoi più distinguerli. Questo è il grande modello che sta vincendo e oggi anche estendendo un po’ dappertutto, per cui criticare il neoliberismo è giusto ma fuori tempo, perché oggi abbiamo a che fare con un modello nuovo di capitalismo che avanza, diverso, che è per giunta connesso con una funzione inevitabilmente autoritaria che mette in crisi profonda ogni assetto che voglia dirsi democratico. È una tendenza che soffia un po’ dappertutto, con il legislatore e i parlamenti un po’ dappertutto che contano sempre meno, anche qui in Italia, mi sembra evidente. Non è un buon segnale, indica che queste sono le grandi tendenze nel mondo contemporaneo, che dovrebbero risvegliare un sussulto di chi ha a cuore la democrazia prima che la situazione degeneri definitivamente. La missione dei democratici oggi dovrebbe essere questa, anche se all’orizzonte non vedo molto in giro, ma è proprio qui in Europa che dobbiamo cercare, e l’aiuto della parola della Chiesa potrebbe servire.

Una parola che suona un po’ inquietante oggi è “identità”, con la sua ambiguità. Secondo lei c’è bisogno di più identità o di meno identità?

Di più senz’altro. Noi esseri umani passiamo tutta la vita a cercare di conoscere noi stessi, di saperne di più, di capirci. Il che significa ragionare sul proprio passato per vedere che cosa di questo passato sia intervenuto nel formare il proprio carattere e per interrogarci, chiederci cosa speriamo, quale è il senso, lo scopo della vita. Cerchi di mettere a fuoco la tua identità ma poi scopri che questa ricerca non può svolgersi in termini solipsistici ma si svolge all’interno di un dialogo, di un colloquio con gli altri, all’interno di relazioni. Il momento del rapporto e quindi del riconoscimento dell’altro è fondamentale, quindi direi che oggi abbiamo bisogno di sempre più identità ma che deve essere intesa come ricerca da fare insieme, pensiamo alla propria identità ma anche all’identità delle comunità e quindi anche dell’Europa. Se si rimette in moto questa ricerca il problema dell’Europa si risolve, altrimenti si mettono in moto dei “meccanismi identitari” che sono un’altra cosa, sono la degenerazione, il sintomo che con l’identità abbiamo dei problemi. In questi meccanismi identitari viene rovesciata la logica, non si cerca più l’identità ma la si considera in modo astratto, come dato acquisito, non come ricerca da effettuare attraverso il dialogo con l’altro, con la diversità; accade quindi che ogni diversità diventa “nemico”. Una ricerca comune attraverso il dialogo verso un orizzonte che non è mai stabile, fisso, astratto: è così che deve configurarsi l’Europa come organismo vivente che si adatta ai diversi incontri, alle diverse situazioni. Perché l’identità non è un essere ma un dovere essere, uno scopo che puoi svolgere soltanto nel rapporto all’interno di un collettivo, di una comunità.

E invece abbiamo avuto l’esplosione negli ultimi anni dei cosiddetti sovranismi...

Questi fenomeni nascono proprio dall’aver trascurato la dimensione delle identità e avere abbandonato molte persone a questo smarrimento, aver dato così linfa a questi meccanismi autoritari che sono la scorciatoia rispetto alla faticosa ricerca dell’identità. Dal punto di vista politico i nazionalismi sono nient’altro che il prodotto degli errori, dei fallimenti delle politiche unitarie realizzate. Se fai una sciagurata politica di annessione di stati dentro l’Europa senza nessuna cura di quella situazione storica particolare commetti un errore politico che non può non avere gravi conseguenze. Il caso della Grecia è il più macroscopico. Tutti i popoli europei hanno visto come è stato trattato non il governo (che non meritava molto) ma il popolo greco. Prima di allora in Europa c’era soltanto la Le Pen in Francia che aveva un piccolo peso a livello elettorale, ora siamo giunti al punto che i nazionalismi minacciano di prendere la maggioranza del Parlamento europeo, rischio che abbiamo corso dopo la pessima gestione della crisi finanziaria e dell’immigrazione, due fatti che dicono il fallimento dell’Unione europea. Eppure al tempo stesso oggi l’Europa non può permettersi di fallire perché altrimenti il mondo che verrà fuori da questa crisi della pandemia sarà in mano ai grandi imperi, con quali conseguenze è presto per dirlo.

di Andrea Monda

XXXV giornata mondiale della gioventù

Omelia di Papa Francesco nella domenica delle Palme e della passione del Signore 

Ricordando che da 35 anni si celebra la giornata dedicata ai giovani, Papa Francesco dice:

Cari amici, guardate ai veri eroi, che in questi giorni vengono alla luce: non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno sé stessi per servire gli altri. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita. Non abbiate paura di spenderla per Dio e per gli altri, ci guadagnerete! Perché la vita è un dono che si riceve donandosi. E perché la gioia più grande è dire sì all’amore, senza se e senza ma. Dire sì all’amore, senza se e senza ma. Come ha fatto Gesù per noi.

 Leggi tutta l'omelia

Umanità ferita fraternità ritrovata

Osservatore Romano

di Salvatore Martinez
30 marzo 2020

La sorpresa del potere salvifico della sofferenza

Molti stanno riscoprendo pagine di letteratura che descrivono gli effetti di improvvisi flagelli che si abbattono sul mondo, come accade nel tempo del coronavirus. Nel romanzo La peste, di Albert Camus, è interessante leggere la conclusione alla quale l’autore fa giungere il medico ateo Rieux: «Un mondo senza amore è come un mondo morto; viene sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro e del coraggio, per domandare il viso di una creatura e un cuore che l’affetto riempie di stupore».

In questi giorni drammatici siamo sorpresi dal potere salvifico della sofferenza, dal miracolo di un amore nuovo, improvviso, che come un drammatico e provvidenziale dolore sta riscattando un mondo impaurito e ferito, che ritrova la voglia di vivere e di non morire, che torna ad esaltare le ragioni della vita dinanzi allo spirito di morte. Sì, la sofferenza. La sofferenza derivante dalla privazione delle nostre libertà fondamentali, dei nostri beni insopprimibili come la salute o l’affetto di un familiare o amico; la sofferenza di anziani e giovani contagiati o quella di medici e operatori che per spirito di servizio il contagio stanno subendo, hanno provocato il risveglio della nostra coscienza morale assuefatta al male, suscitato in noi un nuovo anelito di vita interiore, restituito la misura della nostra umanità, rivelato un nuovo desiderio di fraternità. Sono intimamente convinto che sarà proprio la “fraternità” il principio unificatore e ridefinitore delle nostre società all’indomani di questa severa prova; sarà lo “spirito della fraternità” a rendere più giuste e più vere tutte le nostre libertà individuali e collettive, ad accendere, per dirla con Camus, «un affetto che riempie di stupore».

Una pagina della Laudato si’ mostra tutta la sua forza profetica, allorquando Papa Francesco afferma: «Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo… Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà… Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente».

Questo “sentire”, non imposto da principi di solidarismo politico o di solidarietà sociale, ma dal “principio di fraternità”, si sta miracolosamente impossessando dei cuori umani: sarà il più potente antidoto al realismo della rassegnazione e a un futuro che apparrebbe senza speranza. Il coronavirus, seppure così infausto, sta permettendo alle anime di non restare più indietro e di non lasciarsi ancora contagiare dall’indifferenza umana. Come d’improvviso, divenuti più poveri, siamo spinti a sperare come fanno loro.

«I poveri ci insegnano a sperare» ci ricorda George Bernanos nel suo Diario di un curato di campagna: nulla hanno da perdere e ci insegnano che per vivere dobbiamo dipendere da Dio e gli uni dagli altri. Come d’improvviso, l’anziano, il migrante straniero, il diverso da me, il vicino più o meno prossimo non ci fanno più paura, non sembrano minacciare le nostre paci immobili e vengono benevolmente inclusi nel nostro comune destino. E, meraviglioso dono all’umanità smarrita e ripiegata su di sé, torniamo a pregare. Pregando sentiamo fluire in noi una nuova voglia di amare, recuperiamo non solo il dialogo vitale con Dio, ma anche con gli altri; diveniamo capaci di un linguaggio — i social lo attestano — che miracolosamente attenua accenti volgari e violenti.

Un bel sondaggio della swg, realizzato in Italia in queste ore, dà corpo a questo stupore, evidenziando “tempi nuovi” generati o, ancor meglio, spiritualmente rigenerati dal coronavirus. Più che in passato, il 19 per cento degli intervistati afferma di pregare e di seguire il proprio credo; il 27 per cento di dialogare con il congiunto in casa; il 29 di dialogare con i propri figli; il 38 di riflettere e pensare; il 36 di stare attento alla salute.

Nel Tempo di Quaresima, che mai come quest’anno ci ricorda il valore del Cristo sofferente, che si offre per riscattare tutte le ingiustizie del mondo, possiamo ascoltare e vivere le parole del profeta Zaccaria: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Zc 12, 10). Nell’ostensione del Corpo eucaristico innalzato al Cielo da Papa Francesco, nella Piazza cuore della cristianità, erano tutti i nostri sguardi di tenerezza, i nostri insopprimibili aliti di vita, le nostre speranze accese di passione, le nostre preghiere mute e gridate a Dio. Non è tenebroso e invalicabile il Cielo sopra di noi: le nostre trafitture saranno lenite da un balsamo di consolazione che scenderà benefico sull’umanità intera. La nostra Pasqua di sofferenza sarà solo e sempre Pasqua di salvezza, Pasqua di fraternità ritrovata.

 

La risurrezione in giorni di angoscia e di morte

La Pasqua si avvicina, ma il calendario liturgico e quello dell’epidemia sono diversi: i rigori e il tempo sospeso di una quaresima che ha preso il volto della quarantena continueranno. Allora, quale segno per noi? Il segno di Giona.
 

Aggiungere parole a parole forse non si deve. Né si può avere la pretesa che le proprie parole siano meritevoli di ascolto e di riflessione più di quelle di altri. Eppure, quei paramenti rosa che alcuni presbiteri hanno indossato per celebrare online l’eucaristia della IV domenica di quaresima un segnale lo hanno mandato: la Pasqua si avvicina. Perché, quando la quaresima era un tempo di rigido digiuno ed evidenti privazioni, la liturgia invitava a fare un’interruzione: il viola cedeva il passo al rosa, il canto di ingresso si apriva con parole di allegria, era permesso sospendere i rigori del digiuno per poi ripartire per l’ultimo tratto di strada verso la celebrazione della madre di tutte le feste, la Pasqua.

Quel segnale rimbomba in questo tempo blindato, in questo susseguirsi di giorni tutti uguali, tutti appesi, come il ragno alla tela, a pochi fili sottili: la Pasqua si avvicina, ma noi non possiamo interrompere i rigori di una quaresima che ha preso il nome e le fattezze di una interminabile quarantena né sappiamo se festeggeremo la Pasqua, visto che ci saranno precluse le antiche celebrazioni religiose, ma ci saranno anche interdetti i nuovi riti della transumanza consumistica.  

Ministre e ministri di un mondo ormai cambiato

Nonostante ciò, il tumulto delle voci continua a crescere. Si rincorrono e cercano di sopraffarsi l’un l’altra come non mai, in una sarabanda di campane, megafoni, media tradizionali e nuovi social ormai intasati da rosari, messe, mille diverse forme di predicazione biblica o di esortazioni spirituali. Colpisce la fragorosa oscillazione tra riesumazioni di arcaiche superstizioni, così poco cristiane, e puerili tentativi di recuperare terreno nei confronti della scienza che si impone invece con parole di sapienza e, ancor di più, con la testimonianza di operatrici e operatori sanitari, veri e propri “ministri” di un mondo ormai cambiato: testimonianza in greco si dice martyria, e il loro servizio arriva a volte fino al martirio; il loro “ministero”, poi, non prevede discriminazioni, ma vede schierati in prima fila sia donne che uomini.

Forse le Chiese dovranno riflettere su questi uomini e queste donne a che appaiono come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, due discepoli nascosti che deposero dalla croce «il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi» (Gv 19,40). Speriamo di saperlo fare, quando finalmente vedremo la fine di questa “ora” in cui sembra che la morte sia più forte di ogni speranza, e ci verrà chiesto di testimoniare che credere nella risurrezione non significa credere nel ritorno in vita di un cadavere.

Si stanno delineando nuove forme di sacramentalità laica, e possiamo esserne fieri perché, se è vero che alla crescita dell’aspettativa di vita ha contribuito e contribuisce grandemente la scienza, è altrettanto vero che alla bellezza e alla qualità della vita hanno dato e danno un contribuito essenziale il Vangelo di Gesù, con la sua tensione verso il Regno di giustizia e di pace e con il suo comando della diaconia, e tutti quegli uomini e quelle donne che lo hanno annunciato e testimoniato.

Il segno da cui ripartire

La Pasqua si avvicina ma, oggi più che mai, angoscia, sopraffazione e morte non sono rubricabili a un rapido passaggio obbligato verso il radioso mattino della vittoria. Il triduo pasquale andrà avanti per lunghi giorni e forse mesi, e dovremo interrogarci seriamente sul monito di Gesù: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Lc 11,29). Parole rivolte non a tutti, ma ai credenti. Al bisogno di magia più che di profezia non verrà concesso nulla. Né sarà certo il calendario liturgico a decidere quanto a lungo dovremo restare quest’anno nel buio della pancia della balena.

I tempi della fede non sono certo quelli dell’epidemia. Per questo, comunque, anche senza messe o scampagnate, è Pasqua se riusciamo a capire che uno solo ormai è il segno da cui ripartire: non dobbiamo cercare tra i morti colui che è vivo.

 

La supplica di Papa Francesco: Signore, non lasciarci in balia della tempesta

Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

 
 

Trovare nuovi modi per farci prossimi

Cittadini e credenti di fronte a questo tempo e a quello che verrà

Osservatore Romano, 27 marzo 2020

L’emergenza che stiamo vivendo in queste settimane costringe la nostra società a inediti e repentini mutamenti. Le strade e le piazze piene di gente e luci del nostro quotidiano sono divenute buie e deserte. Il mondo è cambiato nel giro di pochissimi giorni e abbiamo ormai compreso che chiunque non abbia mai indossato una mascherina sarà costretto, prima o poi, a farlo, ovunque. Come affrontare, da cittadini e da credenti, questo tempo, e quello che verrà?

Sperimentiamo turbamento e apprensione, ci confrontiamo con la paura, ma non vogliamo essere sopraffatti da essa. L’impegno e la dedizione degli operatori sanitari che combattono in prima linea la malattia sono il simbolo di una comunità decisa ad aiutare chiunque, in particolare i più deboli e i più vulnerabili. Le tante espressioni di volontariato che restano al fianco di chi è più povero e fragile lo mostrano. I poveri, gli anziani, quanti sono affetti da patologie differenti dal covid-19, le persone con disabilità, i senza dimora, chi è in carcere, vivono oggi con maggiore sofferenza la loro condizione. È compito di ciascuno far sentire loro una vicinanza premurosa e attenta, anche se meno “fisica” che in passato.

Dovremo tutti essere attenti a quanti attorno a noi possono trovarsi in difficoltà, magari perché soli, e avviare una conversazione telefonica, inviare un messaggio, una mail, offrirsi di comprare cibo e medicine. L’epidemia rivela la nostra debolezza. Ma fa pure emergere la nostra forza: un potenziale di relazione, di capacità di cura e di tessitura, da esercitare subito, per evitare a molti di precipitare in un inferno di solitudine, mentre ci si separa per prevenire il contagio. Perché l’inferno — lo cantava anche Dante — può essere anche un luogo freddo, gelido, privo del calore della vita e delle sue interazioni, facili o difficili. Ed è soprattutto la dimensione del “senza”: senza stelle, senza tempo, senza speranza. Senza vita, senza gente, senza incontri, senza abbracci, come avviene in questa stagione che tanti affrontano in solitudine, senza il calore di una famiglia o di relazioni vere.

Nel “deserto” di queste settimane ci rendiamo conto dell’importanza di costruire esistenze con dei legami. Poco ci abbiamo investito in passato. La vita che costruiremo dopo l’epidemia dovrà avere più legami, essere densamente popolata di gente, di incontri, di abbracci. «Ogni persona è chiamata a riscoprire cosa conta veramente, di cosa ha veramente bisogno, cosa fa vivere bene e, nello stesso tempo, cosa sia secondario, e di cosa si possa tranquillamente fare a meno», ha detto Papa Francesco nell’udienza dell’11 marzo. La prova che stiamo vivendo avrà almeno il pregio di far crescere in tutti lo spazio dell’interiorità, aiutando a maturare la coscienza che della solitudine si può fare a meno, e che vivere bene significa costruire una rete di contatti e di relazioni. È proprio questo che oggi ci manca, in fondo. «Non è buono che l’uomo sia solo», dice il Creatore nella Genesi: è la comunione dell’amicizia e del legame il bisogno più profondo dell’uomo. «La malattia isola e per vincerla dobbiamo isolarci. Ma sappiamo che non siamo, non possiamo essere delle isole», ha affermato il cardinale Matteo Zuppi in una recente intervista. E così continuava: «L’assenza ci fa capire l’importanza della presenza. È la dimostrazione che non siamo fatti per vivere isolati. [...] È come un digiuno non voluto, non scelto, che ci aiuta però a dare un senso a tutto». Questo digiuno rafforzi le nostre difese immunitarie contro le tentazioni della solitudine. Ci aiuti ad innalzarle contro il virus dell’autosufficienza. Per salvarci da un isolamento autoindotto, nonché per riempire quello che il Papa ha definito in un’omelia in streaming «l’abisso dell’indifferenza», l’abisso che separa i pochi ricchi epuloni dai tanti Lazzaro di questo mondo.

Quando questi lunghi giorni di autoisolamento saranno conclusi, e usciremo di nuovo dalle nostre case, impegniamoci ad avere un cuore più aperto al grido dell’altro, e impariamo a provare maggiore vergogna quando si invoca la costruzione di muri sempre più alti. La pandemia ci mostra, paradossalmente, che siamo tutti legati. E che solo con uno sforzo comune, di tutti, ne usciremo. Il mondo è interdipendente e i problemi lontani vanno affrontati con lo stesso atteggiamento e la stessa cura di quelli vicini, preoccupandosi della salute e della salvezza di tutti.

Questo, del resto, stiamo facendo obbedendo all’indicazione di restare in casa. Un impegno in favore della comunità, perché un anziano non rischi più del dovuto, perché il sistema sanitario non giunga al punto di rottura. «Qui, o ci salviamo tutti assieme, o non si salva nessuno», ha detto un giovane insegnante del sud, al nord per lavoro, che non ha voluto mettere a rischio familiari, amici e conterranei, e ha scelto di non partire. Lo stesso vale a livello globale: la pandemia ci insegna che la salvezza si trova tutti insieme.

«Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità», aveva detto il Papa nella lunga intervista concessa a «La Civiltà Cattolica» nell’agosto del 2013, quando aveva definito la Chiesa un «ospedale da campo dopo una battaglia», espressione che fece discutere ma che, a rileggerla oggi, tanto fa pensare.

Il vescovo di Roma coglieva il cuore dell’essere cristiani in ogni tempo, in ogni contesto in cui si cerca di mettere in pratica la fede. «Vicinanza, prossimità»: oggi potremmo parlare di socialità. Cosa ne è della socialità, in un tempo di distanziamento sociale? Essa è sfidata e limitata, per il bene stesso delle persone che vorrebbero viverla. Ma anche quando questa battaglia sarà vinta, ci sarà bisogno di un “ospedale da campo”, prezioso quanto le terapie intensive di questi giorni, in grado di restituire quel respiro di prossimità che il virus ha negato a una Quaresima mai così eccezionale e forse — chi può dirlo oggi? — ad altre stagioni del prossimo futuro.

Sono quindi convinto — per rispondere alla domanda iniziale — che questo tempo ci chiede di trovare nuovi modi per farci prossimi. Con intelligenza e creatività lo si può essere anche a distanza e scoprire chi è il nostro prossimo, oggi, in particolare i più deboli, ma anche chi soffre lontano da noi per la guerra o la fame, situazioni che sembrano ancora più lontane in questo tempo. Se crediamo che “andrà tutto bene”, come si legge nei mille messaggi scambiati in queste ore, dobbiamo anche puntare a uscire migliori da questa prova, più consapevoli del tesoro di relazioni e di “reti” di cui abbiamo estremo bisogno. Si apriranno allora le porte incolpevolmente chiuse di oggi, e cadranno i muri colpevolmente eretti ieri, che ci hanno illuso, ma non ci hanno protetto. Perché se siamo tutti sulla stessa barca — come ha scritto un noto giornalista — è bene che i porti siano aperti per tutti.

di Marco Impagliazzo

Gli occhi e “i balconi dell’anima” al tempo del Coronavirus

In vino nuovo

di Isabella Piro | 26 marzo 2020
Chi l’avrebbe mai detto che le mascherine sarebbero diventate una sorta di “macchina della verità”? Sì, perché nascondono i volti, ma rivelano attraverso gli occhi i sentimenti.

Quanto sono belli gli occhi delle persone? Me ne sto accorgendo in questi giorni schiacciati dal “coronavirus”. Giorni in cui le mascherine ci coprono il volto, ma lasciano scoperti gli occhi. E mi sembra che, dopo tanto tempo, siamo tornati a guardarci davvero, a ricambiarci lo sguardo l’uno con l’altro. Senza il resto del volto a distrarci, le emozioni passano tutte da lì, da quelle “finestre dell’anima” – come dicono i poeti – che ora fanno trasparire più che mai ciò che proviamo e sentiamo.

Lo sguardo è diventato centrale nelle nostre vite: se l’altro sorride, lo intuiamo dagli occhi che si rimpiccioliscono, dalle piccole rughe che si formano ai lati delle palpebre, perché la bocca non la vediamo. E se un sorriso non arriva agli occhi, allora forse è un sorriso falso. Chi l’avrebbe mai detto che le mascherine sarebbero diventate una sorta di “macchina della verità”? Sì, perché nascondono i volti, ma rivelano i sentimenti.

Mi viene in mente quello che ha detto, tante volte, Papa Francesco sull’importanza di guardare l’altro: ad esempio, quando facciamo l’elemosina, guardiamo negli occhi chi ha bisogno? O buttiamo lì una moneta e scappiamo via? Quale dei due gesti è il più importante? “Non è l’apparenza che conta, ma la capacità di fermarsi per guardare in faccia la persona che chiede aiuto. Ognuno di noi può domandarsi: “Io sono capace di fermarmi e guardare in faccia, guardare negli occhi, la persona che mi sta chiedendo aiuto? Sono capace?”. Non dobbiamo identificare, quindi, l’elemosina con la semplice moneta offerta in fretta, senza guardare la persona e senza fermarsi a parlare per capire di cosa abbia veramente bisogno”. (Udienza generale 9 aprile 2016)

Oltre che un valore “attivo”, per Papa Francesco lo sguardo ha anche un valore “passivo”: in diverse interviste, ad esempio, ha rivelato che gli capita di addormentarsi mentre è in preghiera davanti al Tabernacolo. Ma questo – ha spiegato Bergoglio – non è sbagliato: “Alla radice del dialogo con Dio c’è un dialogo silenzioso, come l’incrocio di sguardi tra due persone che si amano: l’uomo e Dio incrociano gli sguardi, e questa è preghiera. Guardare Dio e lasciarsi guardare da Dio: questo è pregare. “Ma, padre, io non dico parole…”. Guarda Dio e lasciati guardare da Lui: è una preghiera, una bella preghiera!” (Udienza generale 13 febbraio 2019)

E poi mi vengono in mente loro, i balconi: in questo periodo di quarantena forzata, quanto sono diventati importanti i balconi, che ci permettono non solo di uscire “da fermi”, ma anche e soprattutto di “fare rete”, di “essere comunità” pur se a distanza, nel pieno rispetto delle regole sanitarie?

Una vera e propria rivoluzione, almeno per le grandi città! A Roma, ad esempio, i balconi non sono quasi mai punti di scambio: spesso, si limitano ad essere un prolungamento della casa, magari nascosti da tendoni pronti a custodire la vita privata delle famiglie. Ora, invece, i balconi sono diventati le nuove piazze in cui incontrarsi e sentirsi uniti, anche se distanti. Si canta, si parla, ci si guarda da un balcone all’altro, alla ricerca di quel contatto umano che la pandemia da “Covid-19” ci impedisce nella quotidianità.

Non a caso i flash-mob nati sui social network, quelli che portano tutti a cantare, ogni giorno alle 18.00, una canzone pop della tradizione italiana, sono stati pensati proprio per i balconi, per quei luoghi da cui è possibile guardare il mondo e sentirsene, in qualche modo, parte. Insomma: è come se i balconi fossero diventati gli occhi delle nostre case, grazie ai quali possiamo relazionarci e sentirci ancora umani.

Senza presbitero no, senza popolo sì?

Eucaristie “a porte chiuse” per evitare il contagio: risonanze a bassa voce su una scelta di emergenza che forse svela ciò che veramente pensiamo della liturgia e dell’essere Chiesa che celebra. Finito il periodo di isolamento bisognerà riparlarne.

Per la prima volta la Chiesa deve fronteggiare una pandemia gestita con criteri scientifici, che consigliano l’isolamento delle persone. La situazione è difficile, a tratti inquietante, e merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione a cominciare dalla vicinanza (come possibile) a chi soffre ed è più solo. Non è stato per niente facile decidere che cosa fare a livello ecclesiale. La decisione di sospendere ogni attività e la celebrazione eucaristica, per seguire le indicazioni degli esperti che raccomandano l’isolamento per fermare il contagio e salvare la vita di tanti, è stata tanto faticosa quanto meritoria. D’altra parte la modalità in cui essa è stata realizzata merita qualche riflessione, perché ci aiuta a fare luce su che cosa pensiamo sia la celebrazione eucaristica e la Chiesa stessa.

Partiamo con l’osservazione che in realtà le celebrazioni non sono state sospese, ma per lo più continuano “a porte chiuse” o “senza popolo”. Questa scelta si basa sull’idea che la Chiesa non possa fare a meno di celebrare, ma di fatto dichiara con estrema scioltezza che per celebrare non è necessario riunire il popolo, se questo non fosse possibile per gravi problemi. I ministri si radunano fra loro (o con qualche fedele per evitare, meritoriamente, di celebrare da solo) e gli istituti religiosi maschili chiudono la porta realizzando una celebrazione privata. Nessuno lo farebbe se non fosse costretto, d’accordo, ma il punto è che pensiamo che, seppure in situazione di emergenza, si possa fare. Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere: forse in situazione di emergenza tiriamo fuori quello che siamo davvero ed è giusto provare a vederlo.

Prima del pane e del vino, l’assemblea
Dovremmo sapere bene che, quando celebriamo l’eucaristia, anzitutto raduniamo il popolo. Si costituisce un’assemblea, non predeterminata o selezionata, ma convocata dallo Spirito: questa è la prima materia per poter poi celebrare. Il popolo convocato serve prima del pane e del vino e senza di esso non si dà eucaristia. Il ministro che di volta in volta presiede un’assemblea rende possibile con il proprio ministero (imposizione delle mani e preghiera) il gesto che l’assemblea deve compiere (prendete e mangiate) per essere un corpo solo (il corpo di Cristo reso presente proprio dall’«essere uno» di questi che mangiano l’unico pane). Va da sé che, se questa è l’eucaristia, non è possibile che essa venga celebrata se non si può radunare il popolo.

Che cosa facciamo allora in questo momento quando celebriamo “senza popolo”?

Probabilmente riattingiamo al modello tridentino secondo il quale il ministro (col popolo o senza è secondario, come il pubblico per le partite di calcio) offre il sacrificio a Dio per tutti. Non siamo più di fronte all’atto del popolo (questo il significato della parola “liturgia”), ma ad un rito del solo presbitero cui si possono associare altri fedeli presenti o (sic!) via web.

La prassi che abbiamo scelto in questa emergenza mette seriamente in discussione la riforma liturgica dell’ultimo concilio e, con essa, il modello di Chiesa che la sostiene. Il messaggio che passa è che sono i ministri che possono pensare a tutto quello che serve, il popolo deve seguire, come i tifosi la propria squadra o come i followers il loro autore di tweet. So che le intenzioni non sono queste, ma quelle di sostenere tutti con la preghiera. D’altra parte la preghiera può essere fatta a prescindere dal gesto eucaristico (pensiamo davvero che la preghiera di chi rimane senza celebrazione valga di meno di quella di chi riesce a celebrare?) che ha invece una sua precisa natura, per la quale è essenziale radunare il popolo perché possa essere reso un corpo solo dal dono che Cristo fa di sé.

Ritorno alla «societas inequalis»
Se dichiariamo il popolo accessorio per la liturgia, torniamo alla societas inequalis centrata sulla prassi sacramentale: niente sacerdozio battesimale, niente sinodalità, niente centralità dell’evangelizzazione. E, infatti, ci siamo preoccupati (fatte le dovute eccezioni) di mandare messe in streaming, non di insegnare a pregare in famiglia né di intensificare la predicazione con i canali (qui sì che le tecnologie digitali vengono in aiuto) adeguati ad un processo comunicativo come quello che la predicazione realizza e che – in questo caso si può ammettere perché l’atto non ne è snaturato – può fare a meno della presenza fisica in situazione di emergenza.

Le scelte fatte, invece, che prevedono celebrazioni “senza popolo”, non solo contraddicono l’atto liturgico eucaristico, ma dividono la stessa comunità ecclesiale: abbiamo da una parte ministri, che trovano gruppi di religiosi/religiose o qualche laico scelto con cui celebrare, e tutti gli altri tenuti fuori. In qualche modo si ripete – pur non essendo questo nelle intenzioni di nessuno – quanto Paolo denunciava nella prima lettera ai Corinzi (11,17-34) riguardo le celebrazioni che invece di realizzare il gesto di Cristo (mangiare insieme l’unico pane per essere un solo corpo) realizzavano divisioni (uno prende il proprio pasto e l’altro ha fame). Accade lo stesso oggi: alcuni celebrano e altri no, e in questo modo rendiamo la celebrazione non il luogo dell’unico corpo, ma quello della divisione.

Forse era meglio digiunare tutti
Forse digiunare tutti – ma ripeto, la situazione era del tutto nuova e difficilissima, per cui trovare la via era davvero impervio – avrebbe realizzato in modo più pieno il gesto di Gesù che ha dato sé stesso perché i suoi fossero un corpo solo e, così, vivessero in mezzo agli altri dando sé stessi come lui, come una memoria perpetua e vivente del gesto di lui.

In paesi di altri continenti spesso il popolo deve rinunciare a celebrare perché non ha chi può presiedere e quindi rendere possibile il gesto di tutti; noi forse avremmo potuto rinunciare a celebrare perché non possiamo radunare il popolo che è il protagonista del gesto eucaristico. Non è successo perché magari non abbiamo ancora maturato una tale coscienza e pensiamo che in fondo sia il presbitero il protagonista della celebrazione eucaristica, quindi di lui non si può fare a meno (vedi appunto i paesi in cui sono costretti a celebrare raramente per carenza di ministri) ma del popolo sì. Pensano questo non solo tanti ministri, ma anche gran parte del popolo che preferisce sapere che qualcuno “dice messa” alla quale ci si può unire “spiritualmente”, piuttosto che sapere di essere così indispensabile da non potersi dare celebrazione senza la possibilità di radunare il popolo stesso.

Adesso non è il momento, dobbiamo guardare all’emergenza in corso e fare il bene alla nostra portata; ma poi, una volta passata la tempesta, bisognerà confrontarsi su ciò che abbiamo vissuto e scelto, per porre gesti coerenti col significato che hanno e per crescere nell’unità, che sola può rendere presente il Risorto.
 

19 marzo San Giuseppe, uniti nel pregare il Rosario

In questo momento di emergenza sanitaria, la Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti alla stessa ora: alle 21 di giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia. Alle finestre delle case si propone di esporre un piccolo drappo bianco o una candela accesa. TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera in diretta.

Iniziativa Chiesa Italiana

Vita e morte si dan battaglia

Vita e morte si dan battaglia. 
Politica, scienza e religioni: ora di scelte

Mauro Magatti

Avvenire
mercoledì 18 marzo 2020

Gli storici dicono che le grandi epidemie – insieme alle guerre e alle carestie – hanno la forza di scuotere intere civiltà provocandone la rigenerazione morale e spirituale. La rottura della quotidianità, l’esposizione alla morte, la sospensione delle regole sono i fattori che concorrono a questo risultato.

In effetti, sappiamo che la parola di origine medica "crisi" indica il momento in cui un certo modo di vivere – rivelandosi improvvisamente insostenibile – va sostituito con un altro. Ecco perché crisi significa "separare" "decidere". Sempre in medicina, il momento "critico" ? quello in cui si deve scegliere tra la vita – come riapertura del futuro – e la morte – come ripiegamento sugli elementi distruttivi che stanno all’origine della crisi.

Noi oggi ci troviamo esattamente qui: sospesi tra la vita e la morte. Tra un passato a cui non si può tornare, un presente terribile e un futuro che non sappiamo immaginare. E che potrà essere molto peggiore o molto migliore. Per andare nella seconda direzione occorre discernere nella situazione che stiamo vivendo gli aspetti di speranza da quelli mortiferi. In quella battaglia a cui assistiamo ogni giorno in cui vita e morte si confrontano a viso aperto.

La politica è più che mai in campo. Semplicemente perché nessuno può affrontare il virus da solo. Per sventare il pericolo abbiamo bisogno delle istituzioni collettive, peraltro messe a durissima prova. Coesione, capacità di decisione e di azione, disponibilità di risorse. A tutti i livelli la politica è potentemente chiamata in causa. Ma deve scegliere: prendere la strada dell’autoritarismo che cancella la libertà o scommettere sulla responsabilità di tutti in un quadro coordinato e coeso? Lasciarsi andare all’egoismo politico (esemplificato dall’assurdo e maldissimulato tentativo di Trump di "comprare", in esclusiva americana, l’eventuale vaccino al quale sta lavorando una grande azienda tedesca) o farsi parte attiva di una battaglia comune nel nome di quella "Dichiarazione di interdipendenza" che Ulrich Beck qualche anno fa indicava come evoluzione necessaria della politica del XXI secolo?

La prima strada porta alla guerra: scenario che oggi ancor più di ieri non si può escludere, ma si deve evitare con tutte le forze. La seconda via porta a una nuova stagione dove la cooperazione diventa leva e condizione per risolvere i grandi problemi globali che ci accomunano. La scienza (e le sue applicazioni tecniche) si trova anch’essa a dovere scegliere tra la vita e la morte. È sulla base delle indicazioni di alcuni scienziati che il governo inglese ha annunciato di non volere controllare l’epidemia puntando a quella che gli studiosi chiamano "immunità di gregge". In nome di uno pseudo "realismo" scientista, si disegna così uno scenario apocalittico destinato a causare centinaia di migliaia di morti. Sacrificare i fragili per non pagare costi troppo alti.

Non pensiamo che una democrazia come quella britannica possa permettersi una tale soluzione. Ma è certo che le dichiarazioni dei giorni scorsi fanno capire che la scienza può essere pensata in modo disumanamente cinico, in una logica di puro darwinismo sociale. Eppure, la stragrande maggioranza degli scienziati va nella direzione opposta: nelle ultime settimane abbiamo tutti visto straordinario spirito di abnegazione che ha unito medici, infermieri, ricercatori, studiosi che si stanno letteralmente consumando pur di salvare vite umane. Anche qui dunque ritorna il dilemma: ad affermarsi sarà un’idea di scienza che non si fa scrupolo di passare sopra la morte di migliaia di persone pur di arrivare al proprio obiettivo o una concezione nella quale lo sviluppo della conoscenza viene effettivamente messo al servizio della vita di tutti, a cominciare dai più fragili?

Infine le grandi religioni, anch’esse chiamate in causa. Perché è chiaro che senza capacità di misurarsi con quanto sta accadendo le Chiese non avranno futuro. Anche qui ritorna il dilemma vita e morte. Da un lato, l’attrazione fatale verso le spiegazioni facili: il virus come castigo di Dio che si abbatte sulle nostre società peccatrici; le attese miracolistiche dove riappare l’idea di un Dio potente e vendicatore. Il 'dio tappabuchi' di cui ha parlato Dietrich Bonhoeffer. Dall’altro l’immagine di papa Francesco che, zoppicando, attraversa le vie di una Roma deserta per andare a pregare sotto il Crocifisso e l’icona della Madonna: un simbolo universale del ruolo profetico delle grandi religioni oggi. Spogliate dal potere politico, prive di conoscenza scientifica, esse sono chiamate a essere comunità in cerca di quel Dio che – in questi momenti difficili – si fatica a trovare.

Nel momento in cui le nostre certezze si rivelano fasulle, le religioni hanno il compito di restituire spessore antropologico a quella condizione di precarietà che è la condizione costitutiva dell’essere umano. Nella consapevolezza che 'preghiera' – dal latino prece – ha la stessa etimologia di 'precario'. E per questa via riscoprire che, più che la sicurezza – per definizione sempre vulnerabile – l’uomo è sempre alla ricerca della salvezza: come realizzazione della propria vocazione che, senza escluderla, non permette che sia la morte ad avere l’ultima parola sulla vita. Ecco dunque il dilemma: le religioni saranno capaci di sostenere l’esperienza dell’affidamento a un senso che pure, in questi giorni drammatici, non riusciamo a cogliere? Saranno cioè capaci di morire per rinascere, così da permettere all’uomo contemporaneo di non sprofondare nell’angoscia da cui rischia di essere travolto? Non sappiamo quanto questa crisi durerà. Né dove ci porterà. Sappiamo, però, che non saremo più gli stessi di prima. Vita e morte si stanno scontrando. In qualunque ambito della vita sociale ci troviamo a essere, occorre decidere da che parte stare.

Che sia tempo vitale il tempo virale

Chiara Giaccardi "Vita tua, vita mia"


 
martedì 17 marzo 2020
 
Che sia vitale il tempo virale. L'individualismo è astrazione

Il grande antropologo Ernesto De Martino, in una serie di appunti usciti postumi con il titolo 'La fine del mondo', usa un’espressione che può illuminare questi giorni di incertezza, di sospensione, di angoscia per il presente e il futuro: catastrofe vitale.
 
Catastrofe è letteralmente un rovesciamento, un capovolgimento, uno sconvolgimento repentino e in peggio delle condizioni esistenziali, di solito legato a un evento imponderabile. E certamente il coronavirus, per il mondo e per l’Italia, è una catastrofe. Improvvisamente ci siamo trovati di fronte, impreparati, al lato oscuro della interconnessione globale, che costituisce una perfetta infrastruttura anche per la diffusione dei virus patogeni, oltre che dei video 'virali' e delle news, fake e non.
 
Mai come in questo momento l’individualismo si rivela un’astrazione: siamo tutti interconnessi, le nostre vite sono legate le une alle altre, i nostri comportamenti condizionano la vita di altri e viceversa. E la catastrofe non riguarda solo il presente: abitudini cambiate di colpo, socialità quasi azzerata, scuole e università ferme, negozi e locali pubblici deserti, e molto altro. È il futuro che spaventa di più: gli effetti su un’economia già zoppicante, e le ripercussioni sociali in un mondo già segnato da tante e crescenti disuguaglianze.
 
Da qui, una prima lezione: non siamo individui, ciascuno nella sua bolla di immunità, ma persone in relazione, ciascuna con il suo carico di responsabilità: ciascuno di noi può fare la differenza, per sé e per gli altri (soprattutto i più deboli) per frenare il contagio. È un altro con-tatto, fatto di consapevolezza e sollecitudine per gli altri prima ancora che preoccupazione per sé, a cui siamo chiamati ora: lasciarci toccare dal pensiero dell’altro. La capacità di pensare in termini di 'noi' anziché di 'io' è uno sforzo indispensabile, faticoso ma benefico.
 
C’è però anche l’altro aspetto che l’espressione di De Martino mette in luce. L’ossimoro catastrofe vitale rivela infatti la struttura paradossale dell’esistenza umana, dalla quale trarre le risorse per affrontare anche questo momento difficile. La tensione tra la vita e la morte è insopprimibile, e rimuovere la morte dal nostro orizzonte rischia di rendere le nostre vite svuotate di senso. Ora che la catastrofe ci mette irrimediabilmente di fronte alla vulnerabilità della nostra esistenza siamo anche chiamati a rendere la tensione tra la vita e la morte un nodo di fecondità possibile. Ora che abitudini e routine che davamo per scontate (e che perciò pensavamo immodificabili) sono state spazzate via, e che il motto individualistico mors tua vita mea rivela tutta la sua fallacia – vita tua vita mea è piuttosto ciò che ci tiene insieme, oggi – siamo nelle condizioni di povertà e leggerezza per ripensare il senso e le forme del nostro essere insieme, le forme e i ritmi delle nostre attività lavorative.
 
Non rassegniamoci al lato buio della questione, non limitiamoci alla nostalgia per una normalità che di certo non tornerà presto, e forse non tornerà affatto (e magari non è solo un male). Approfittiamo piuttosto di questo tempo sospeso per ripensare il senso delle nostre vite, dei nostri legami, della gratitudine per ciò che c’è, delle forme che possiamo ricostruire a partire da questo 'azzeramento' forzato. Che siano forme (di socialità, di lavoro, di consumo, di contribuzione, di abitare e vivere le città) capaci di ospitare più vita.
 
Il paradosso ci educa, ci spinge a un salto di immaginazione se sappiamo lasciarci interpellare. Lo scrive anche Umberto Saba in uno dei suoi versi. Prendiamolo come un augurio per questo tempo: «Ed è il pensiero della morte che, alla fine, aiuta a vivere».

Il Coronavirus provoca la nostra identità di cattolici

 Questo tempo di "clausura forzata"  ci provoca, come cattolici, a ripensarci dentro a delle abitudini che improvvisamente sono cambiate. A questo proposito sul settimanale diocesano Verona fedele sono state pubblicate tre riflessioni da parte di tre sacerdoti che possono aiutarci a riformulare la nostra personale adesione di fede.

 

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Entrare nel deserto

Catechesi del mercoledì di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il cammino quaresimale, cammino di quaranta giorni verso la Pasqua, verso il cuore dell’anno liturgico e della fede. È un cammino che segue quello di Gesù, che agli inizi del suo ministero si ritirò per quaranta giorni a pregare e digiunare, tentato dal diavolo, nel deserto. Proprio del significato spirituale del deserto vorrei parlarvi oggi. Cosa significa spiritualmente il deserto per tutti noi, anche noi che viviamo in città, cosa significa il deserto.

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Messaggio per la Quaresima di Papa Francesco

«Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20) 

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Papa Francesco nel messaggio di questa Quaresima 2020 ricorda che dobbiamo celebrare con cuore rinnovato il grande mistero della morte e risurrezione di Gesù, il cardine della vita cristiana sia personale che comunitaria. Attraverso il mistero pasquale ci è stata donata la misericordia di Dio, possibile solo in un faccia a faccia, cuore a cuore col Signore crocifisso e risorto. Nel tempo quaresimale è importante la preghiera per corrispondere all’amore di Dio, che sempre ci precede e ci sostiene. La preghiera, che può assumere forme diverse, conta veramente quando arriva a scalfire la durezza del nostro cuore per convertirlo sempre più a Lui.
Il Signore ci offre ancora una volta un tempo favorevole alla nostra conversione.

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Il presepe

Alessandro D'Avenia
Corriere 16 dicembre 2019

«Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e giaceva sul fieno».

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Il fertilizzante della Chiesa

Intervista a Massimo Cacciari

L'Osservatore Romano del 16 luglio 2019 ha pubblicato una interessate intervista al filosofo Massimo Cacciari sulla vecchia Europa e il possibile ruolo fertilizzante e generativo della Chiesa.

Cacciari si chiede: "c’è la stoffa per ritessere un discorso politico, per riformare una élite politica in Italia, in Europa? Perché questi nazionalismi, i sovranismi sono nient’altro che l’effetto del disgregarsi di queste precedenti culture, che non sono state al passo con la trasformazione. Sono il segno che l’Europa è vecchia, che non produce più, che è un terreno sterile; bisogna quindi trovare nuovi fertilizzanti. E penso, da non credente (ma è da qui che nasce la mia attenzione al mondo cattolico) che forse il fertilizzante può venire proprio dalla Chiesa: discutendo, dialogando, dibattendo, polemizzando… È il mondo cattolico che può essere il segno di contraddizione, che può rimettere in movimento qualcosa. Se non da lì, da dove può venire? Certo, frange socialdemocratiche possono anche tentare un discorso sui temi economici, sui temi sociali… ma è da lì che può venire la spinta maggiore".

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CHRISTUS VIVIT

Esortazione Apostolica Postsinodale

Il 2 aprile 2019 è stata pubblicata l'esortazione apostolica postsinodale di Papa Francesco ai giovani e a tutto il popolo di Dio.

Qui di seguito l'intervista a suor Alessandra Smerilli, partecipante al Sinodo, che invita alla lettura.

A due anni dalla Beatificazione di Madre Leopoldina

In occasione del secondo anniversario della Beatificazione di Madre Leopoldina, avvenuta il 29 aprile 2017, si sono tenuti due concerti in suo onore. 

Due persone amiche, Silvia Rambaldi pianista, e Marcella Ventura mezzosoprano, hanno voluto organizzare un concerto nella Chiesa di San Francesco a Ravenna il 28 aprile e nell'Oratorio di Santa Cecilia a Bologna il 29 aprile.

Sono stati due momenti molto belli di musica, canto alternati dalla narrazione della vita di Leopoldina Naudet con la voce recitante di Mariana di Maggio.

A loro e a quanti hanno reso possibile questi eventi il nostro grazie riconoscente. La Beata Leopoldina interceda per ciascuno grazie e benedizioni.

Madre Rita Boni

 

Concerto a San Francesco a Ravenna

 

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Concerto all'Oratorio di Santa Cecilia a Bologna

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La Vita Consacrata: una visione semplice e profetica

Il 2 febbraio, Festa della Presentazione del Signore e XXIII Giornata Mondiale della Vita Consacrata, Papa Francesco nell'omelia della Messa si è rivolto ai consacrati invitandoli ad una visione semplice e profetica della vita "dove si tiene il Signore davanti agli occhi e tra le mani, e non serve altro. La vita è Lui, la speranza è Lui, il futuro è Lui". La Vita Consacrata - dice- non è sopravvivenza, ma vita nuova.

leggi tutta l'omelia

25 anni di presenza nelle Filippine

Venticinque anni di VITA

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Era il 14 settembre 1993, Festa dell'Esaltazione della croce, quando sr Luisalma Loreggia, sr Rosetta Ruggin e sr Carla Costanzi hanno preso il largo e sono salite sulla barca di Gesù verso le Filippine. 
25 anni di vita, di lavoro, di donazione, di offerta hanno dato questi frutti: li abbiamo sotto gli occhi del cuore, tutte!
E la nostra risposta è un grazie sincero alla Santa Famiglia, a loro tre pioniere _ poi si sono aggiunte GiannaRosa e Dionizia_ e a tutte le nostre Sorelle filippine, che si sono fidate di noi e sono salite sulla stessa nostra barca!
Grazie di cuore, care Sorelle!
E continuiamo a remare con entusiasmo, come in quel 14 Settembre 1993!


La festa del venticinquesimo di presenza in terra filippina è stata un'esplosione di gioia.
E' iniziata con la S. Messa in parrocchia alle ore 10, presieduta da Padre Romolo con la Chiesa gremita dalle dai bambini, dai giovani e dalle famiglie dei progetti di Un mondo di speranza onlus.
Questa Festa ci unisce ancor di più nel Ringraziamento al Signore, nel sentirci umili strumenti nelle sue mani, sicure del suo continuo Amore.

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Nel pomeriggio la festa è continuata con i canti e i balli dei vari gruppi di bambini, giovani e mamme dei progetti: BRAVISSIMI!

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Nuovo Consiglio generale

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Giovedì 5 luglio, sotto la guida dello Spirito, è stato eletto il nuovo Consiglio generale composto da queste Sorelle:

Madre sr. Rita Boni
Vicaria sr. Marinete Pereira da Silva
sr. Alessandra Veronesi
sr. Giulia Telese
sr. Gabriella Montoli.

Lo Spirito continui la sua missione nel consigliarle, sorreggerle, accompagnarle in questo servizio di guida.

Importante visita alla biblioteca Naudet

Il 27 giugno 2018 la commissione cultura del comune di Verona ha fatto visita alla Biblioteca Naudet.

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Inizio del 40° Capitolo generale

Capitolo

OGGI, 24 GIUGNO 2018, INIZIA IL NOSTRO 40° CAPITOLO GENERALE
Ogni Capitolo è un evento di grazia, perché in esso il Signore continua a parlare e a prendersi cura di quella porzione del popolo di Dio che è ogni Famiglia religiosa.
“La nostra vita, la vita delle nostre Comunità e la vita delle nostre missioni è quindi interpellata direttamente a riscoprire e coltivare il dono della fede che sempre lascia il primato all’iniziativa di Dio, l’Unico che ci fa leggere la storia umana 
e le storia personali con gli occhi del Risorto, coscienti che solo Dio scruta in profondità le realtà e l’intimo di ogni essere umano.” 
Siamo invitate a guardare il passato con gratitudine; vivere il presente con passione e progettare il futuro con speranza e coraggio.

 

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Incontri in preparazione al 40° Capitolo generale

 

 

LE RELAZIONI INTERPERSONALI COME SPAZIO DI ACCOGLIENZA E DI PROMOZIONE RECIPROCA

 Sabato 16 giugno il Consiglio ha organizzato un incontro precapitolare aperto a tutte le sorelle con lo scopo di far partecipare non solo le capitolari, ma aperto a tutte sulla comprensione e condivisione di un tema che da’ il “la” al nostro modo di vivere le relazioni.

  1. P. Amedeo Cencini, da esperto qual e’, ci ha guidate nella mattinata, offrendoci dapprima una visuale nuova e diversa emersa dal Concilio. Nella seconda parte e’ entrato piu’ concretamente nella realta’ quotidiana del nostro rapportarci.

Lo spartiacque derivato dalla visione conciliare della Chiesa ci offre un “frutto” di cristianita’ che sa di piccolo resto, ma convinto. Se prima la chiesa era piena poteva esserlo anche per una certa ‘imposizione’ sociale; ora sara’ piu’ vuota che piena, ma chi frequenta lo fa per convinzione personale.

La Fede non puo’ mai essere una imposizione, ma UN DARE RAGIONE DELLA SPERANZA CHE E’ IN NOI. Come diceva Paolo VI “servono piu’ i testimoni dei maestri”. Percio’ lo Stile di vita assume un’importanza fondamentale.

Entrando nella realta’ del nostro vivere insieme diventa basilare capire cosa vuol dire condividere. Di cosa parliamo tra noi? Dovrebbe essere normale condividere la Fede, la Parola, il Signore che ci ha scelto e che noi abbiamo scelto.

  • Integrazione del bene: noi cresciamo se riusciamo a integrare tutto il bene che c’e’ attorno a noi, in ciascuna sorella prima e poi in ciascuna persona. Circolazione dei beni.

* Collatio: condivisione della Parola di Dio

* Progetto comunitario

* Discernimento comunitario

*Ministero della promozione fraterna

 Integrazione del male: perche’ non rimanga ‘male’ occorre elaborarlo attraverso un cammino di purificazione che ci porta a perdonare e a chiedere perdono.

*la correzione fraterna, deriva da cum regere + reggere insieme

*la revisione di vita: devo dire il mio male perche’ ho appesantito la comunita’, posso

confessare il mio prccato senza essere lapidato e nello stesso 

io mi rendo disponibile a portare il peso dell’altra.            

 

 

Le case di Maria

Un nuovo appuntamento dei percorsi di bellezza, sabato 26 maggio 2018, nella chiesa di San Domenico al Corso per celebrare Maria nel mese a lei dedicato e il compleanno della beata Leopoldina Naudet.

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Le comunità mostrino ai giovani la differenza cristiana

È necessario che le comunità mostrino ai giovani la differenza cristiana

riportiamo questo articolo di Enzo Bianchi pubblicato in http://www.monasterodibose.it

L'Osservatore Romano 25 aprile 2018

giovaniI giovani fanno richieste non scontate né rivoluzionarie, ma pacate e determinate. Ciò che emerge come urgente per i giovani di oggi è la ricerca del senso dell’esistenza. Ricerca che si è fatta faticosa e difficile e che avviene ormai lontano dai percorsi indicati dalle religioni e soprattutto lontano da un itinerario di fede, perché proprio la fede non è stata loro trasmessa dalla generazione precedente     leggi tutto

Primo anniversario di Beatificazione di Leopoldina Naudet

Anniversario Beatificazione

 Erano le 16,00 del 29 aprile del 2017, nella Basilica di Sant'Anastasia, quando il Card. Angelo Amato ha dichiarato Beata Leopoldina Naudet, fondatrice delle Sorelle della Sacra Famiglia.
Una "fiumana di persone" - sono le parole del Vescovo Giuseppe Zenti - hanno invaso la Basilica e hanno condiviso la preghiera, la gioia e la festa.
Per questo desideriamo celebrare il primo anniversario di questo grande dono che il Signore ha fatto a noi, Sorelle della Sacra Famiglia, alla chiesa e al mondo intero per dire, ancora una volta, che Leopoldina Naudet è una donna di ieri che testimonia oggi la sua fede e il suo amore per il Signore e per ogni Sua creatura.


20 Celebrazione 29 aprile 2018

Questa sera, noi Sorelle della Sacra Famiglia, abbiamo un motivo particolare per ringraziare il Signore: quello del primo Anniversario della Beatificazione della nostra Fondatrice Madre Leopoldina Naudet, avvenuta lo scorso anno nella Basilica di Santa Anastasia.

Lo facciamo  qui in Cattedrale, con l’Eucarestia presieduta dal nostro Vescovo, come segno di unità e di comunione con la Chiesa che è in Verona, che ha accolto Madre Leopoldina e dove lei ha compiuto il suo cammino di donna consacrata, impegnata, nella preghiera e nella contemplazione, e allo stesso tempo, nel servizio di educazione, di formazione, di istruzione e di spiritualità per le giovani e le donne del suo tempo, collaborando con i Fondatori e Fondatrici, soprattutto con Santa Maddalena di Canossa e San Gaspare Bertoni.

Mentre ringraziamo il Signore, chiediamo la sua intercessione per la Chiesa e per tutti  noi.

 

 


leopoldina docufilm

 

PUBBLICAZIONE FILM DOCUMENTARIO SU LEOPOLDINA / DA OGGI ONLINE (canale YouTube “Leopoldina Naudet”)
In occasione del primo anniversario della Beatificazione di Leopoldina Naudet, annunciamo la pubblicazione del primo film documentario sulla storia e la spiritualità della fondatrice dell’Istituto Sorelle Sacra Famiglia.
Buona visione
Leopoldina Naudet, la storia, la spiritualità
https://www.youtube.com/watch?v=b8dmYi5Fcgs&t=2254s

Giornata di preghiera per le vocazioni

Veglia Vocazionale CATTEDRALEDammi un cuore che ascolta

Domenica 22 aprile 2018, si terrà la 55ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Le comunità cristiane, radunate nel giorno del Signore attorno alla Parola e all’Eucarestia, potranno rendere grazie a Dio e chiedere a Lui nuove vocazioni. Questa Giornata fu istituita nel 1964 da Paolo VI che così la commentava: «La presente domenica, che nella Liturgia Romana prende dal Vangelo il nome del Buon Pastore, veda dunque unite in un unico palpito di preghiera le schiere generose dei cattolici di tutto il mondo, per invocare dal Signore gli operai necessari alla sua messe». E invitava: «Si alzi dunque al Cielo la nostra preghiera: dalle famiglie, dalle parrocchie, dalle comunità religiose, dalle corsie degli ospedali, dallo stuolo dei bimbi innocenti, affinché crescano le vocazioni, e siano conformi ai desideri del Cuore di Cristo».
La Chiesa di Verona desidera quest’anno prolungare il tempo di questo speciale invocazione in un’intera settimana di preghiera per le vocazioni (15-22 aprile) che coinvolga tutte le comunità e le fasce di età. A guidarci sarà la tematica annuale proposta alla Chiesa Italiana dall’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni: “Dammi un cuore che ascolta” (1Re 3,9). Don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale, la spiega così: «Vuole sottolineare con forza l’attitudine all’ascolto e al discernimento vocazionale, tipica della Tradizione e dell’azione pastorale della Chiesa, in sintonia con l’ormai prossimo Sinodo dei Vescovi dal tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. È la preghiera che ciascun credente può ripetere per orientare il proprio cuore ad ascoltare la voce dello Spirito che dal profondo “attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 7,16) e restituisce la nostra vera identità. Possa essere la preghiera di ogni giovane, chiamato a diventare signore della propria vita (cf 1Re 3,7) e intuire così il luogo in cui spenderla, alla sequela di Gesù, unico Signore e Maestro, nel servizio dei fratelli. Lo Spirito consenta loro di attraversare il timore del considerare come possibili anche scelte orientate alla vita consacrata e al ministero ordinato».

don Luca Passarini,
direttore Centro Diocesano Vocazioni

Scarica la veglia di preghiera

Quaresima: dolce rimedio

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2018quaresima

Papa Francesco scrive:
"Cari fratelli e sorelle, ancora una volta ci viene incontro la Pasqua del Signore! Per prepararci ad essa la Provvidenza di Dio ci offre ogni anno la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione», che annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita."

Prosegue descrivendo alcuni mali presenti e indica "che la Chiesa, nostra madre e maestra, assieme alla medicina, a volte amara, della verità, ci offre in questo tempo di Quaresima il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno."

Leggi tutto il messaggio

Festa della Santa Famiglia

Sacra FamigliaIl 30 dicembre alle ore 16, nella S. Messa della vigilia della Festa della Santa Famiglia, presieduta dal Vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti, è stata celebrata l'indizione del 40° Capitolo generale delle Sorelle della Sacra Famiglia che si terrà nella casa di San Zeno di Montagna dal 24 giugno al 15 luglio 2018.
vedi Lettera di indizione

Nella Messa abbiamo anche ricordato le Sorelle che nell'anno 2017 hanno celebrato 25, 50, 60 anni di consacrazione al Signore.

 

 

 

 

 

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40 anni di presenza ad Itararé

Sorelle della Sacra Famiglia e laici in festa per 40 anni di presenza

Il 9 novembre 1977 "riprende timidamente" la nostra presenza missionaria in Brasile, a Itararé,  nello stato di San Paolo, in collaborazione con i Padri Stimmatini. Dopo l'imprevista e drammatica morte di Madre Armida a Santa Luzia con la conseguente chiusura di quella comunità, sr Giselda e sr Adriana possono ricominciare il loro servizio missionario, interrotto improvvisamente nel Maranhão.

Dopo 20 anni viene costituita l'Associazione dei Laici della Sacra Famiglia. IMG 20171107 WA0004
Per l'occasione anche alcuni laici di Zé Doca si sono uniti per celebrare e ringraziare il Signore.

La Beata Madre Leopoldina accompagni e vegli su tutti.

 

 

 

 

 

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9 novembre

Anniversario di fondazione

Come oggi, 201 anni fa Leopoldina trova una casa dove finalmente realizzare il suo sogno. Oggi il SOGNO è affidato a noi Sorelle della Sacra Famiglia e con il Signore lo porteremo avanti.

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17 Agosto

Dopo la Beatificazione di Leopoldina Naudet, avvenuta il 29 aprile 2017, la Chiesa ha stabilito che si celebri liturgicamente la sua memoria ogni anno il 17 agosto.

17 agosto - celebrazione Leopoldina Naudet

Beatificazione Leopoldina Naudet

 

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Il 29 aprile 2017, nella Basilica di Sant'Anastasia, alle ore 16, viene beatificata Leopoldina Naudet, fondatrice delle Sorelle della Sacra Famiglia.

Tutta la Chiesa gioisce per questa nuova beata che viene additata come esempio di vita cristiana e insieme volgiamo fare festa.

Vai alla locandina

La celebrazione della beatificazione è anticipata da una serata, venerdì 28 alle ore 21, di testi e immagini, di ascolto e meditazione sulla figura della nuova Beata. 

Vai alla locandina

Madre Leopoldina Naudet BEATA!

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Siamo liete di comunicare che Papa Francesco, ieri, 21 dicembre 2016, ha promulgato il decreto di beatificazione della nostra Madre Fondatrice

La celebrazione della beatificazione sarà il 29 aprile 2017 nella basilica di Sant'Anastasia, presieduta dal Cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione dei santi.

La nostra gioia è grande e con Maria diciamo: "Magnificat!"

Linguaggio del silenzio

l silenzio non è assenza di comunicazione, ma un altro modo di dire, di comunicare, e per questo rimane in una irrinunciabile correlazione con la parola. Il silenzio non è l’opposto della parola, ma è il contesto in cui la parola si iscrive, ciò che la contiene, appunto. È, per utilizzare un’immagine, il foglio bianco su cui la parola si staglia e che dà spessore al colore della parola.

 C’è tra la parola e il silenzio un doppio rapporto che li vivifica entrambi: si passa continuamente dal silenzio alla parola e dalla parola al silenzio. Essi si custodiscono a vicenda: il silenzio precede e segue la parola; esso è sempre “al di là della parola o in attesa della parola, ma comunque in relazione dialettica con la parola stessa”.

 Innanzitutto il silenzio è ciò che genera la vera parola, è come il primo atto della comunicazione. Il silenzio, poi, custodisce e dà spessore alla parola. È un’occasione di interiorizzazione, insegna ad amare la parola detta o che vorremmo dire, “insegna ad amare la parola pensata”. Infine, il silenzio ricorda che la parola umana resta comunque limitata: non tutto può essere detto, e a volte non si può che tacere.

 Il rapporto è però reciproco: se la parola ha bisogno del silenzio, anche quest’ultimo ha bisogno della parola. La fecondità del silenzio, la sua efficacia, è nella sua capacità di fare spazio alla parola che lui stesso poi deve portare e spiegare. Se il silenzio non si fa attenzione, tensione verso la parola, accoglienza, rischia di trasformarsi presto in luogo sterile.

 Tra il silenzio e la parola si deve instaurare una sorta di antagonismo, in cui nessuno dei due deve prevalere sull’altro e, istante dopo istante, sarà necessario chiedersi a chi dei due tocca, in quel frangente, avere la meglio, secondo quella regola aurea che Gregorio di Nazianzo ci offre laddove dice: “Parla solo se hai da dire qualcosa che valga più del silenzio”. E un detto della tradizione sufi sembra fargli eco: “Se la parola che stai per pronunciare non è più bella del silenzio, non dirla”.

 Il prodigio del silenzio è giungere a parlare tacendo, a essere espressivi senza usare le parole, ad avere una vita silenziosamente eloquente … Il silenzio è un modo diverso di comunicare e, più in profondità, un modo diverso di essere... e di vivere. I padri del deserto l’avevano ben compreso quando consideravano il silenzio una forma di estraneamento. Il silenzio è quel linguaggio per cui, in un incontro, uno sguardo potrà bastare a dire ciò che le parole non possono più dire. È l’esperienza degli innamorati o degli amici.

 Il silenzio affina lo sguardo e rende eloquenti i volti. Questi si fanno un invito costante rivolto all’altro perché venga a noi e dimori presso di noi; esprimono desiderio e attesa dell’incontro.

 Il silenzio è in definitiva uno scambio di presenze, anziché di parole. Nulla più di uno sguardo o di un gesto silenzioso a volte sa narrare l’amore per una persona. Ricordiamo anche l’episodio dell’unzione di Betania (cf. Mc 14,3-9), dove una donna, senza proferire parola, si avvicina a Gesù e gli unge il capo di olio profumato.

 I discepoli parlano e protestano contro di lei, e anche Gesù parla per difenderla; la donna, invece, non dice una parola, neppure per difendersi dalle accuse: il suo gesto è più che eloquente, e non è possibile dire di più, neppure per spiegarsi di fronte a chi non l’abbia compreso... Essendo un linguaggio discreto, infatti, il silenzio a volte ingenera il timore che esso non venga compreso, che sia inefficace. Ma si tratta di una paura infondata, poiché ciò che è vero, anche se discreto, prima o poi è compreso. Se il linguaggio che usiamo ha in sé vita, anche se silenziosa, questa a suo tempo si rivelerà.

 Il silenzio autentico è in definitiva un altro linguaggio; non è vuoto, incapacità di parlare o rifiuto; tutt’altro! Esso è abitato da una parola viva e vivace, che attende di essere detta, ma in altro modo; per questo, il silenzio vero è pregno di attenzione, di tensione e di accoglienza.

Sabino Chialà

 (articolo tratto da sperarepertutti.typepad.com)

Enzo Bianchi: mai più nulla sarà come prima

Repubblica,7 febbraio 2016, di ENZO BIANCHI

LEGGI LA DICHIARAZIONE COMUNE

kirill francesco

Tutte le chiese erano certe che in un futuro imprecisato il papa di Roma avrebbe incontrato il patriarca di Mosca e di tutta la Russia, l’unico primate della chiesa ortodossa che in cinquant’anni di incontri ecumenici e di viaggi in diverse nazioni aveva sempre dilazionato il faccia a faccia con il papa. Tutti i patriarchi e i primati delle chiese ortodosse e di quelle orientali avevano scambiato l’abbraccio con il patriarca d’Occidente, ma il patriarca russo no.

Sono stati cinquant’anni di attesa, nei quali però c’era chi continuava silenziosamente ma caparbiamente a lavorare per questo incontro: organi vaticani, centri ecumenici, vescovi ortodossi non attendevano passivamente quest’ora che diventava anche urgente, per il sorgere del problema di cristiani cattolici, ortodossi e orientali perseguitati e spesso cacciati dal medio oriente e per l’ormai incontestabile bisogno di una voce unanime capace di levarsi con autorevolezza nella nuova situazione europea, segnata soprattutto da secolarizzazione e indifferentismo religioso. Ed ecco che ieri l’impossibile è avvenuto grazie alla santa risolutezza di papa Francesco, disposto a rinunciare a ogni precondizione e a lasciare che fosse il patriarca Kirillo stabilire i termini dell’incontro: “Io vengo. Tu mi chiami e io vengo, dove vuoi, quando vuoi!”. Parole che resteranno indelebili, come segno di una profonda convinzione e di una capacità di umiltà che rinuncia ai riconoscimenti, al protocollo, a quella che si sarebbe detta la “verità cattolica” dell’autorità del papa.

E così l’incontro è avvenuto in modo inedito: nessuno dei protagonisti ha avuto accanto a sé il suo popolo ad applaudirlo, non c’è stato nessun mega-evento ecclesiale, nessuna liturgia né sfarzose cerimonie. È avvenuto l’essenziale: il faccia a faccia tra Francesco e Kirill, l’abbraccio tanto aspettato, il dialogo di quasi due ore tra fratelli che mai si erano incontrati ed erano divisi da quasi un millennio. I temi del dialogo non coincidono pienamente con quelli della dichiarazione congiunta finale, che è un’attestazione della preoccupazione dei due capi di chiesa. Certo hanno parlato innanzitutto dell’ecumenismo del sangue che è testimonianza, martirio da parte delle loro rispettive chiese; hanno guardato al medio oriente attraversato da violenze, terrorismo e guerre che fanno fuggire i cristiani; hanno discusso della testimonianza comune in un mondo non-cristiano. Ma hanno parlato anche di altri temi: dell’urgente rappacificazione tra chiese in Ucraina, del rifiuto dell’uniatismo e del proselitismo, dell’accettazione del diritto dei greco-cattolici a esistere e vivere accanto agli ortodossi, dei rapporti tra la chiesa di Roma e l’ortodossia tutta, del dialogo teologico bilaterale che procede con difficoltà… La dichiarazione comune potrebbe anche sembrare deludente, ma è un approdo al quale mai era giunta la chiesa ortodossa russa. Ed è significativo che, accanto alla difesa delle esigenze di giustizia, si trovino temi ritenuti decisivi da entrambe le parti, come l’etica familiare e la difesa della vita.

In ogni caso, ciò che è decisivo è che l’incontro è avvenuto, e ormai nulla sarà più come prima tra le due chiese. Molti riducono questo evento a un fatto di politica ecclesiale e, quando ne scrivono, non riescono a leggerlo in profondità, perché sono solo esperti di diplomazia ecclesiastica; ma in verità – e credo di dirlo conoscendo bene la situazione e le parti in causa – ciò che ha determinato l’incontro e gli dà il significato decisivo è la volontà del ristabilimento della comunione. Questa passione e questa santa ossessione ormai la conosciamo bene in Francesco; ma chi conosce Kirill sa che anche lui è convinto di tale cammino, da autentico discepolo del metropolita Nikodim morto tra le braccia di Giovanni Paolo I in Vaticano nel 1978, mentre gli esponeva la reale situazione dei cristiani nell’URSS. Non si dimentichi che Nikodim venne più volte in occidente, e anche a Bose, per una testimonianza comune sulla pace allora minacciata, e che Kirill, sempre a Bose, ha partecipato agli incontri tra cattolici e ortodossi, sostenendoli in modo risoluto.

Un lungo cammino quello che si è concluso ieri, del quale non riusciamo ancora a valutare l’importanza e le possibilità aperte per l’avvenire. Kirill ha mostrato di essere quello che conoscevamo di lui: un primate convinto della necessità della sua azione ecumenica per tutte le chiese ortodosse, dell’urgenza di una collaborazione con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli e di una riconciliazione con la chiesa cattolica. Alcuni non possono leggere questo evento senza pensare a una regia politica di Putin e arrivano a contestare questo incontro, definendo ingenuo il papa. Ma Francesco è un visionario, non vuole che la chiesa viva di tattiche e di strategie, ma crede nella dinamica della storia e nella bontà dell’uomo su cui riposa sempre la chiamata di Dio. Perciò non teme, ma audacemente costruisce ponti anche dove profondo è l’abisso e largo il fiume che separa le due rive. 

Contemplate: terza lettera per la Vita Consacrata

CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

Città del Vaticano, 4 dicembre 2015

La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica è lieta di annunciare la pubblicazione della terza Lettera circolare nell’Anno della Vita Consacrata: Contemplate. Ai consacrati e alle consacrate sulle tracce della Bellezza, edita dalla Libreria Editrice Vaticana.

È l’invito a tutti i consacrati a vivere la dimensione contemplativa nelle tante occupazioni della vita quotidiana, a riscoprire la vita di relazione con Dio per guardare con i Suoi occhi l’umanità e il creato: «La dimensione contemplativa diventa indispensabile, in mezzo agli impegni più urgenti e pesanti. – sottolinea Papa Francesco in un’omelia nella cappella della Domus Sanctae Marthae – E più la missione ci chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il nostro cuore sente il bisogno intimo di essere unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore» (Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 22 maggio 2015).

Dopo le due lettere Rallegratevi e Scrutate continua – con la terza Lettera – il percorso di riflessione sulla Vita consacrata, che si snoda sul fil rouge del libro del Cantico dei Cantici: «Portare lo sguardo nel profondo del nostro vivere, – si legge nell’introduzione – chiedere ragione del nostro pellegrinare alla ricerca di Dio, interrogare la dimensione contemplativa dei nostri giorni, per riconoscere il mistero di grazia che ci sostanzia, ci appassiona, ci trasfigura».

All’inizio dell’Anno giubilare, il testo richiama ciascuno alla ricerca di Gesù, Volto della misericordia del Padre, e traccia un cammino da percorrere: «Ogni consacrata e ogni consacrato è chiamato a contemplare e testimoniare il volto di Dio come Colui che capisce e comprende le nostre debolezze (cf. Sal 102), per versare il balsamo della prossimità sulle ferite umane, contrastando il cinismo dell’indifferenza» (Contemplate, 59).

La Lettera circolare è stata presentata mercoledì 16 dicembre alle ore 17.00 presso la Pontificia Università Urbaniana.

Congresso internazionale per formatori/formatrici

Dal 7 al 11 aprile 2015, all’interno dell’anno della Vita Consacrata, si è tenuto a Roma il Congresso internazionale per i formatori/formatrici degli Istituti di Vita Consacrata.

Qui di seguito riportiamo le relazioni che si sono tenute.

PDF downloading icon red JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO
LA FORMAZIONE DEL CUORE

PDF downloading icon redAMEDEO CENCINI
Finchè non sia formato Cristo in voi

PDF downloading icon red LOLA_ARRIETA.pdf
Il processo di formazione: unificazione in Cristo per il mondo

PDF downloading icon red LOLA ARRIETA
MC GUIRE

PDF downloading icon red MICHELINA TENACE
Ruolo del/della Formatore/Formatrice. Formazione vocazionale: processo di maturazione (A) o di infantilizzazione (B). Cambiamento pedagogico dal sapere CHE COSA al sapere COME FARE.

PDF downloading icon red RICARDO VOLO PÉREZ
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (Fil 2,5). Col cuore di Cristo sulle strade del mondo».

PDF downloading icon red RICARDO VOLO PÉREZ
Lo stile formativo di Gesù con i suoi discepoli

La tentazione della doppia vita

 Nell'omelia del 6 novembre a Santa Marta, Papa Francesco dà delle indicazioni molto forti riguardo lo stile di vita di chi sceglie Gesù Cristo. Non sono indicazioni rivolte solo ai preti e ai vescovi, ma anche a noi.

200 anni di vita

Bicentenario di fondazione delle Sorelle della Sacra Famiglia  

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Come racconta la cronaca dell'Istituto il 9 novembre 1816, dopo otto anni di collaborazione con l'Opera di Santa Maddalena di Canossa al monastero dei Santi Giuseppe e Fidenzio, nel rione di San Zeno, Leopoldina Naudet si trasferisce con il suo gruppetto nell'ex monastero si Santa Teresa in piazza Cittadella e inizia l'avventura delle Sorelle della Sacra Famiglia.

Dopo duecento anni di vita siamo qui a celebrare la bontà del Signore che ha voluto questo Istituto e, nella sua grande misericordia, l'ha condotto fino a noi.

Per questo vogliamo vivere quest'anno nel segno della gratitudine, per la storia che il Signore ha costruito con le Sorelle che ci hanno precedute e per la storia che vorrà ancora costruire con noi.


Ultimi avvenimenti - novembre

Presentazione della nuova biografia di Madre Leopoldina

Solenne celebrazione, insieme ai Padri Stimmatini, del Bicentenario presieduta dal Vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti.


24 settembre 2016

Concerto nella Chiesa di San Domenico

Concerto


10 settembre 2016
PELLEGRINAGGIO A ROMA DA PAPA FRANCESCO

Scarica la locandina per vedere il programma


31 maggio 2016 compleanno di Madre Leopoldina
24 Ore per il signore

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Lettera circolare della Madre e del Consiglio

Schema di preghiera per l'adorazione: Un GRAZIE lungo 200 anni


 Festival biblico 

All'interno del Festival Biblico che si tiene dal 19 al 29 maggio a Vicenza, Padova, Verona, Rovigo e Trento, siamo presenti anche noi dando spazio accogliente  

alla conferenza:
"Sia fatta prima ogni giustizia": donne e Bibbia
[vai al sito]

visita guidata alla Biblioteca Naudet
[vai al sito]


 

Ritiro Spirituale Sorelle della Sacra Famiglia e Stimmatini

27 febbraio 2016

Vedi il programma

Ritiro Sorelle e Stimmatini

Il ritiro è stato molto bello, spirituale e fraterno. Speriamo non passino altri 200 anni per avere altri momenti cosi!

Qui sotto le due meditazioni 

Leopoldina Naudet

Il canto della misericordia: sr Domitilla Schiesaro

bertoni Bertoni e misericordia: p. Claudio Montolli

Apertura del Bicentenario:

Solenne Eucarestia presieduta da Dom Carlo Ellena, Vescovo emerito di Zé Doca - MA - Brasil.
Ore 17,00 nella Cappella della Casa Madre in Via Fontane di Sopra, 2 - San Giovanni in Valle - Verona.
Clicca qui per vedere la locandina


 Articolo pubblicato dal settimanale diocesano VERONA FEDELE

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 CELEBRAZIONE IN CASA MADRE

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dal sito della parrocchia http://paroquiacatedralsantoantoniozd.blogspot.it

Fratel Enzo Biemmi alla Vita Consacrata

Fratel Enzo Biemmi alla celebrazione della giornata della Vita Consacrata 
Basilica di San Zeno - Verona, 2 febbraio 2015

2 febbraio 2015 San ZenoLa vita consacrata, una profezia nel segno della debolezza
fr Enzo Biemmi

La liturgia che stiamo vivendo ci fa ripercorrere la storia di ogni credente. Questa storia ha un inizio: «Dio ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue»; ha un centro, la Parola, che come spada a due tagli rimprovera per averlo dimenticato e rimette in cammino; ha un punto di arrivo, la vita vissuta secondo la grazia ricevuta. Il battistero, l’ambone e la piazza sono i tre luoghi nei quali la fede ha il suo inizio, la sua costante ripresa, il suo frutto. Ogni credente è chiamato a percorrere questo cammino nella forma che lo Spirito gli concede per dono. La forma che lo Spirito concede alla vita consacrata ci viene ricordata in questa celebrazione con una parola: “profezia”. «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino».

Leggi tutto: Fratel Enzo Biemmi alla Vita Consacrata

Preghiera alla Santa Famiglia di Papa Francesco

GIORNATA DELLA FAMIGLIA

Alla fine della celebrazione della Santa Messa per la Giornata della Famiglia, tenutasi domenica 27 ottobre 2013 sul Sagrato della Basilica Vaticana in occasione dell'Anno della Fede, e prima dell'Angelus il Papa ha elevato una preghiera alla Santa Famiglia.

Gesù, Maria e Giuseppe
a voi, Santa Famiglia di Nazareth,
oggi, volgiamo lo sguardo
con ammirazione e confidenza;
in voi contempliamo
la bellezza della comunione nell'’amore vero;
a voi raccomandiamo tutte le nostre famiglie,
perché si rinnovino in esse le meraviglie della grazia.>

Santa Famiglia di Nazareth,
scuola attraente del santo Vangelo:
insegnaci a imitare le tue virtù
con una saggia disciplina spirituale,
donaci lo sguardo limpido
che sa riconoscere l’opera della Provvidenza
nelle realtà quotidiane della vita.

Santa Famiglia di Nazareth,
custode fedele del mistero della salvezza:
fa’ rinascere in noi la stima del silenzio,
rendi le nostre famiglie cenacoli di preghiera
e trasformale in piccole Chiese domestiche,
rinnova il desiderio della santità,
sostieni la nobile fatica del lavoro, dell’educazione,
dell’ascolto, della reciproca comprensione e del perdono.

Santa Famiglia di Nazareth,
ridesta nella nostra società la consapevolezza
del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
bene inestimabile e insostituibile.
Ogni famiglia sia dimora accogliente di bontà e di pace
per i bambini e per gli anziani,
per chi è malato e solo,
per chi è povero e bisognoso.

ALMANACCO LITURGIGO

 
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